Le centrali antincendio sono il componente più importante di un impianto di rivelazione incendio

Le centrali antincendio sono il componente più importante di un impianto di rivelazione incendio

NSC propone soluzioni performanti che prevedono moduli di espansione come ad esempio canali di spegnimento EN12094.1, impianto EVAC a norma EN54, sensori gas industriali e ATEX

Solution F1 è una gamma di centrali antincendio di nuova generazione, espandibili e ultramoderne per installazioni più semplici, sviluppate per soddisfare gli standard e i requisiti internazionali di massimo livello come l’EN54.13 e la SIL2.
La centrale Solution F1 arriva fino a 18 loop e ogni loop è capace di gestire 126 sensori Apollo più 126 moduli o 127 sensori Hochiki più 127 basi sonore. In più ha un alimentatore fino a 7A, un modulo grafico LCD, l‘interfaccia USB e RS232-485 (MODBUS, ESPA e molti altri). Il software di configurazione: è possibile scaricare l’archivio storico da 10.000 eventi, calcolare gli assorbimenti e dimensionare il cavo loop, verificare tutte le tensioni in centrale e tutte le resistenze, compresa quella della batteria.
Sono disponibili inoltre i seguenti moduli di espansione:
- 8 canali di spegnimento EN12094.1, con misura della resistenza della bobina.
- Comunicatore EN54.21 completo di servizio di collegamento verso una centrale operativa italiana secondo la EN50518.
- Impianto EVAC compatto o rack EN54.4 e EN54.16 controllato e configurabile tramite centrale incendio.
- Web Server NSC, che permette l’accesso alla centrale da browser Internet, anche da remoto.
- Più una gamma completa di sensori GAS industriali e ATEX.
Tutti gli ingressi e le uscite in centrale sono programmabili e ci sono 8 tasti funzione personalizzabili (MACRO), dove è possibile memorizzare una o un gruppo di funzioni per le operazioni più frequenti. Solution F1: la soluzione per il Fire.

Per informazioni
NSC ITALIA Sistemi di Sicurezza S.r.l.
Tel. +39 030 221 932 65-66
Source: INSIC

Sicurezza e soccorso di persone con disabilità

Sicurezza e soccorso di persone con disabilità

Lo scorso 13 ottobre, presso l’Istituto Superiore Antincendi, si è svolto il convegno nazionale, organizzato dal Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco e dall’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), diffuso anche in diretta streaming e dedicato al soccorso inclusivo delle persone con sclerosi multipla. Questa patologia presenta infatti uno spettro evolutivo le cui manifestazioni possono essere ricondotte a quelle di altre disabilità.

Come gestire le emergenze e il soccorso in presenza di persone con disabilità

Durante l’incontro si è analizzato il bilancio delle esercitazioni svolte tra giugno e agosto con lo scopo di condividere esiti, strumenti e procedure, per migliorare la qualità del soccorso in scenari di emergenza che vedono coinvolte persone con disabilità.
Tre sessioni intitolate “La sclerosi multipla e l’emergenza”, “Soccorso inclusivo: strumenti ed esperienze maturate in epoca Covid-19″ e “Prospettive per la sicurezza e il soccorso inclusivi”, a conclusione delle quali è intervenuto il capo del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco. L’ingegner Fabio Dattilo ha messo in luce l’importanza di affrontare i problemi mettendo a sistema la prevenzione: dall’attività di ascolto nelle sale operative, all’ideazione di nuovi veicoli, alla formazione del personale che va addestrato nelle procedure degli interventi.

L’attenzione verso l’inclusione

Il presupposto su cui si è basata la giornata è che chi ha bisogni fragili, in caso di emergenza, deve avere le stesse possibilità di salvarsi al pari di chi non li ha. Perché la società non deve escludere nessuno, mai…
Durante il convegno abbiamo ascoltato l’esperienza di chi è colpito da questa terribile malattia e abbiamo compreso la necessità fondamentale del soccorso inclusivo.
Abbiamo capito che la sicurezza va progettata, costruita e pianificata e i nostri Vigili del fuoco sono all’avanguardia anche qui, ma è molto importante che le associazioni che rappresentano le esigenze delle persone con disabilità siano attive in tutti gli ambiti in cui queste persone possono essere presenti.
Abbiamo seguito il monito appassionato di chi insegna che non bisogna soccorrere di più, ma bisogna soccorrere tutti. È imparando a soccorrere tutti che impariamo a soccorrere meglio chiunque.
Perché il valore delle persone non dipende dalla velocità con cui si muovono, o dalla capacità di fare le cose da soli e ci è stato spiegato che la normalità a cui tutti aspiriamo non è una normalità uguale per tutti.

L’esperienza di chi vive il bisogno speciale

Assistiamo emozionati e commossi all’esperienza di chi vive una “vita sequestrata” dalla malattia e ci troviamo per un attimo catapultati in quel mondo, ed è difficile capire davvero cosa significhi la frase “non tutte le carrozzine sono uguali”.
È quasi impossibile immaginare cosa voglia dire vivere “una vita tagliata”, sopportare la “fatica centrale”, quella che ti taglia gambe, fisico e cervello e che per alcune ore della giornata ti getta in una dimensione in cui non sei più tu a vivere, ma è la malattia a prendere il sopravvento, impossessandosi di te e di tutto ciò che ti circonda, non lasciando più spazio alla dimensione personale, agli affetti, alla tua vita.
E poi è il momento dell’intervento di chi, per amore, per senso di responsabilità, o forse solo per altruismo, un giorno ha deciso di mettere la sua professione al servizio della sorella Eleonora, costretta a vivere la sua vita a metà, e che ti spiega cosa si può fare tecnicamente per aiutare, soccorrere e continuare ad includere anche chi è costretto a vivere in questa condizione.

Il ruolo del soccorritore

E qual è il ruolo di chi deve soccorrere queste persone? Il soccorso non è un’azione unidirezionale, perché le persone devono sapere cosa fare e come mettersi in relazione con chi li soccorre, perché la propria sicurezza deriva esattamente dalla capacità di rispondere.
Qui entra in gioco un altro fattore importante per la sicurezza inclusiva, ovvero la sicurezza di tutti: l’attenzione su questi aspetti che deve permeare la nostra vita quotidiana e la responsabilità di ognuno nel promuoverla e tutelarla.

La Carta dei Diritti delle persone con Sclerosi Multipla

Nessuno deve restare ai margini della vita e nessuno deve avere paura di non poter essere soccorso, ma una cosa che ognuno di noi può fare è quella di mettere la propria firma sulla Carta dei Diritti delle persone con Sclerosi Multipla. Sostenere la Carta (fa sì che questi diritti prendano non solo forma, ma diventino sostanza trasformandosi in leggi, politiche, prassi, comportamenti concreti.

Source: INSIC

Covid 19 e riapertura delle scuole in sicurezza

Covid 19 e riapertura delle scuole in sicurezza

Secondo i dati emanati dal Ministero dell’Istruzione e condivisi con l’Istituto Superiore di Sanità, alla data del 10 ottobre, gli studenti contagiati sono pari allo 0,080% (5.793 casi di positività): per il personale docente la percentuale è dello 0,133% del totale (1.020 casi), per il personale non docente si parla dello 0,139% (283 casi). Quasi quadruplicati quindi rispetto ai dati emanati il 26 settembre scorso.

Il nuovo anno scolastico, iniziato in una situazione di emergenza legata all’epidemia COVID-19, ha posto i dirigenti scolastici e i loro consulenti in una situazione estremamente complessa. Da una parte la necessità di garantire una ripresa dell’attività didattica e dall’altra quella di garantire la sicurezza di tutto il personale scolastico e degli alunni.

Ne abbiamo parlato con l’ingegner Coalberto Testa che dal 1994 si occupa di sicurezza, impianti e prevenzione incendi per la Pubblica Amministrazione ed è autore dell’e-book Scuola: guida pratica alla riapertura – Indicazioni operative per la gestione delle criticità legate all’emergenza COVID-19

Qual è il ruolo del dirigente scolastico in questo momento di difficoltà emergenziale?

I dirigenti sono destinatari di pesanti responsabilità e l’enorme quantità di documentazione ufficiale emanata a partire dallo scorso marzo e tuttora in corso di emanazione, rende molto difficoltoso orientarsi ed effettuare scelte che garantiscano e tutelino la salute e la sicurezza di tutti, nel pieno rispetto di quanto stabilito dall’apparato normativo.

Quali sono le misure generali di tutela alle quali devono attenersi gli istituti scolastici in questa fase di ripresa dell’attività?

Le misure generali ribadite in tutti i documenti sono le seguenti:
• Distanziamento sempre almeno 1 m.
• Utilizzo di mascherina durante qualsiasi movimentazione all’interno dell’edificio scolastico.
• Possibilità di togliere la mascherina solo quando si sta seduti sulla propria postazione (misura valida per studenti, docenti e ATA).
• Divieto di assembramenti.
Ricordiamo che il piano scuola 2020/2021 cita testualmente “il distanziamento fisico (inteso come 1 m fra le rime buccali) rimane un punto di primaria importanza nelle azioni di prevenzione”.
Per quello che riguarda gli spazi e la logistica è necessario attuare alcune misure che , ovviamente, sono differenti in funzione della destinazione d’uso del locale (aula, laboratorio, palestra, aula insegnanti ecc.)
Alcune di queste misure sono , ad esempio, l’eliminazione degli arredi al fine di ottenere il massimo spazio a disposizione per posizionare i banchi, la disposizione dei banchi in maniera tale da garantire il “metro buccale” di tipo statico (ovvero quando i ragazzi sono seduti), la segnaletica orizzontale diffusa su tutto il plesso scolastico, il posizionamento di un dispenser per il lavaggio delle mani, l’obbligo di indossare la mascherina in caso di movimento.

L’anno scolastico per molti Istituti è ormai iniziato. Ci sono già elementi per verificare la piena applicabilità e l’efficacia delle misure di sicurezza messe in campo?

Nei casi di contagio ma anche per svolgere un’attività di controllo, i funzionari delle Aziende Sanitarie (AUSL) effettuano ispezioni finalizzate alla verifica dell’applicazione puntuale dei protocolli ministeriali. Si tratta di attività ispettive che in alcuni casi possono determinare situazioni pesanti per il Dirigente Scolastico, nel momento in cui dovesse essere rilevata l’inosservanza dei principi fondamentali stabiliti dai protocolli. Le ispezioni sono effettuate sulla base di check list predisposte a livello locale che in alcuni casi vengono messe a disposizione dei Dirigenti Scolastici affinché possano effettuare autonomamente una verifica interna. Ci sono anche alcuni Uffici Scolastici Regionali che hanno supportato i Dirigenti fornendo loro strumenti per la verifica ed il controllo delle misure attuate.

I Protocolli ministeriali e la Normativa sono sufficientemente chiari e di facile comprensibilità?

Purtroppo in questo caso le criticità sono notevoli. Sono dovute in parte all’enorme quantità di documentazione emanata, ma anche al linguaggio troppo articolato utilizzato nei vari documenti. Vi sono anche alcune incongruità che si possono individuare andando a leggere “fra le righe” i vari provvedimenti. A questo occorre aggiungere i cambiamenti dovuti all’andamento epidemiologico, che costringono il Comitato Tecnico Scientifico ed il Ministero dell’Istruzione ad emanare provvedimenti che talvolta possono apparire contraddittori e non sempre immediatamente comprensibili. Inoltre l’enorme variabilità di situazioni che si possono verificare durante lo svolgimento dell’attività scolastica rende impossibile regolamentare tutto in maniera capillare. Molte scelte devono essere inevitabilmente di pertinenza dei Dirigenti Scolastici che, supportati dal proprio Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione o dal Medico Competente, hanno piena autonomia decisionale. In questo senso i protocolli, ovviamente, possono solo dare linee di indirizzo o di obiettivi da perseguire a livello di misure cautelative, ma non possono entrare nel dettaglio di ogni singola attività.
Proprio per questo nel mio libro ho voluto fornire un supporto pratico e operativo che consenta ai dirigenti e ai loro consulenti, di orientarsi nell’enorme quantità di documentazione emanata ed in corso di emanazione e avere a disposizione schede sintetiche e di facile applicabilità.
Source: INSIC

Efficienza energetica: i numeri del Rapporto annuale di ENEA

Efficienza energetica: i numeri del Rapporto annuale di ENEA

Oltre 42 miliardi di investimenti per interventi di riqualificazione energetica, di cui 3,5 miliardi solo nel 2019, con un risparmio complessivo di circa 17.700 GWh/anno, di cui poco più di 1.250 GWh/anno nel 2019. È questo in estrema sintesi il bilancio di 13 anni di ecobonus, il meccanismo per incentivare l’efficienza energetica negli usi finali introdotto nel 2007. Grazie a questa detrazione fiscale e ad altre tipologie di incentivo, inoltre, nel 2019 sono stati ottenuti risparmi per 250 milioni di euro sulla bolletta energetica nazionale e una riduzione delle emissioni di CO2 di oltre 2,9 milioni di tonnellate.
Sono questi i dati principali che emergono dal 9° “Rapporto annuale sull’efficienza energetica” e dall’11° “Rapporto annuale sulle detrazioni fiscali per interventi di risparmio energetico e utilizzo di fonti di energia rinnovabili negli edifici esistenti”, entrambi elaborati dall’ENEA e presentati oggi in un webinar al quale hanno partecipato, tra gli altri, il ministro per lo Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Riccardo Fraccaro, l’amministratore delegato del GSE, Roberto Moneta, e il presidente dell’ENEA, Federico Testa.


ENEA: Rapporto annuale sull’efficienza energetica, al 2019 centrato l’obiettivo di risparmio energetico

I due rapporti evidenziano risultati molto positivi nel 2019 anche per altre tipologie di incentivo: il conto termico, destinato principalmente a iniziative per l’efficienza e per le rinnovabili nella PA, ha registrato un balzo in avanti del 68% rispetto al periodo 2013-2018 con 114 mila richieste totali e un incremento del 29% rispetto al 2018 delle incentivazioni ottenute con un totale pari a 433 milioni di euro; i certificati bianchi, volti ad incentivare l’efficienza nelle imprese, hanno consentito di risparmiare oltre 3,1 Mtep/anno dal 2011.
Al 2019 l’obiettivo di risparmio energetico, indicato dal Piano d’Azione Nazionale per l’Efficienza Energetica e dalla Strategia Energetica Nazionale, è stato centrato al 77,2%: a livello settoriale, il residenziale ha già superato il target indicato, l’industria è ben oltre la metà del percorso (61,9%), i trasporti hanno superato la metà dell’obiettivo (50,4%), mentre il terziario, PA compresa, è a meno di un terzo dal target (29,4%). Tra gli strumenti che hanno consentito il raggiungimento di questi risultati figurano anche le diagnosi energetiche, fondamentali per ottimizzare gli interventi di efficienza energetica nelle imprese. A dicembre 2019 sono state presentate circa 11.200 diagnosi: se fossero realizzati gli interventi individuati, si otterrebbe un risparmio totale di 3,7 Mtep/anno, ripartiti soprattutto in minori consumi elettrici (29%), termici (7%) e di carburante (30%).

Federico Testa l’efficienza energetica è una leva efficace anche per crescita e occupazione

“I risultati che presentiamo oggi evidenziano che l’efficienza energetica è una leva efficace per risparmiare energia, ridurre le bollette, contrastare le emissioni inquinanti, ma anche per la crescita e l’occupazione. In questa fase di ripartenza post-Covid dobbiamo saper cogliere al meglio queste opportunità e iniziative come il superbonus che vanno nella giusta direzione”, ha dichiarato il presidente dell’ENEA Federico Testa. “Ampliare il raggio di azione degli interventi consentirà di amplificare le ricadute dell’efficienza e creare una filiera nazionale della ‘white economy’, rilanciando comparti strategici come l’edilizia e la produzione di beni e servizi”, ha aggiunto Testa, “ENEA, anche come Agenzia nazionale per l’efficienza energetica, è impegnata a 360 gradi in questa sfida che comprende la rigenerazione urbana, la riqualificazione degli immobili più degradati e il contrasto alla povertà energetica, una nuova forma di povertà e rischio sociale che, purtroppo, riguarda un numero sempre maggiore di famiglie”, ha concluso Testa.

Come stimare la povertà energetica in Italia?

Per stimare il fenomeno della povertà energetica in Italia, ENEA ha adottato uno strumento ispirato alla misura LIHC (Low Income – High Costs), impiegata dal Governo britannico, che ha consentito di evidenziare il legame significativo tra la povertà energetica e la situazione economica delle famiglie: anche le politiche per l’efficienza energetica possono rappresentare una risposta concreta al problema, soprattutto per quanto riguarda l’efficientamento energetico degli immobili, strumento chiave per il contrasto a lungo termine del fenomeno e leva strategica con forti ricadute sociali, economiche, ambientali e occupazionali.

I numeri dell’ecobonus 2019

Dai dati sull’ecobonus 2019, emerge che lo scorso anno le famiglie italiane hanno effettuato oltre 395 mila interventi di efficienza energetica, prevalentemente per sostituire i serramenti (1,3 miliardi di spesa), installare caldaie a condensazione e pompe di calore per il riscaldamento invernale (circa 1 miliardo di euro), coibentare solai e pareti (oltre 650 milioni), la riqualificazione globale degli immobili (231 milioni) e le schermature solari (133 milioni). Sempre nel 2019, attraverso il bonus casa (detrazione al 50%) sono stati effettuati circa 600 mila interventi con un risparmio complessivo che supera gli 840 GWh/anno. Tali interventi assumono maggior peso se si tiene conto che in Europa il patrimonio edilizio è responsabile di circa il 40% dei consumi complessivi di energia e del 36% delle emissioni di gas serra.

Edifici di nuova costruzione: il tasso di rinnovo annuale del patrimonio edilizio dovrà raddoppiare

Dal punto di vista dell’innovazione tecnologica negli ultimi anni sono stati compiuti importanti progressi: gli edifici di nuova costruzione tendono a consumare circa la metà di energia rispetto agli immobili realizzati alla fine degli anni ’90; tuttavia, secondo le proiezioni al 2050, il 75% degli edifici sarà ancora scarsamente efficiente. Affinché l’Unione europea raggiunga gli obiettivi di neutralità delle emissioni di carbonio, efficienza energetica e fonti rinnovabili, il tasso di rinnovo annuale del patrimonio edilizio dovrà raddoppiare rispetto all’attuale forbice compresa tra lo 0,4 e l’1,2% nei diversi Stati membri. Questo cambiamento di paradigma si incrocia con le dinamiche abitative seguite alla crisi del COVID-19 che implicano una vera e propria riprogettazione degli spazi all’interno delle abitazioni e dei luoghi di lavoro, all’insegna di efficienza energetica, sostenibilità ambientale, salute e benessere.
Source: INSIC

Anniversario Mefa Italia: 20 anni al fianco di Progettisti e Installatori

Anniversario Mefa Italia: 20 anni al fianco di Progettisti e Installatori

MEFA Italia SpA, filiale italiana di MEFA Befestigungs- und Montage Systeme GmbH, azienda Tedesca leader nella produzione di soluzioni dedicate al sostegno e al supporto degli impianti, festeggia quest’anno i suoi primi 20 anni di attività.
La storia di MEFA Italia inizia nell’estate del 2000 a Pogliano M.se, provincia Nord Ovest di Milano, e in questi anni di crescita continua, grazie all’entusiasmo e al duro lavoro, sono stati raggiunti importanti traguardi e soddisfazioni.

“MEFA Italia compie vent’anni! Quanta passione, quante energie! Quanta vita, noi di MEFA, abbiamo dedicato a portare il nostro contributo alla soddisfazione dei nostri Clienti. Volevamo costruire con loro relazioni sincere e durature. Volevamo far conoscere ed apprezzare anche in Italia il marchio MEFA, che dal 1949 in Germania significa qualità ed affidabilità a un livello superiore. Penso che ci siamo riusciti!” afferma orgoglioso Daniele Peluso, Presidente del CdA e Socio Fondatore di MEFA Italia.
MEFA Italia è cresciuta considerevolmente in questi 20 anni. La costante attenzione a qualità, efficienza e affidabilità ha permesso all’azienda di guadagnare la fiducia e l’apprezzamento dei Clienti.
In occasione del ventesimo compleanno tutta la squadra di MEFA Italia esprime la propria gratitudine ai Clienti e ai Progettisti per la lunga e proficua collaborazione, grazie alla quale, l’azienda ha consolidato e accresciuto la sua presenza sul mercato. Tanti Progettisti e Installatori trovano in MEFA una risorsa alla quale affidarsi per affrontare tutte le problematiche di staffaggio. La profondità dell‘offerta di prodotti e il servizio di supporto alla progettazione da parte di un team qualificato di tecnici rende MEFA il partner ideale per qualsiasi esigenza di supporto degli impianti civili e industriali.

La storia di MEFA Italia è il racconto di 20 anni di sfide imprenditoriali, di sacrifici, di successi raggiunti al fianco dei nostri Partner. Alcuni numeri danno l’idea di questa storia: nel 2019 abbiamo fornito oltre 200.000 mt di binari e più di 500.000 pezzi di collari!
Per festeggiare questo importante traguardo, tante le novità in cantiere per MEFA: innanzitutto una nuova sede aziendale, a poca distanza da quella attuale e di cui parleremo diffusamente appena sarà pronta, che ci consentirà, da una parte, una gestione più efficiente ed efficace del magazzino prodotti, e dall’altra ci permetterà di disporre di nuovi uffici, per accogliere i nuovi collaboratori, il cui numero è aumentato sensibilmente negli anni.
In più, l’introduzione del servizio di modellazione BIM (Building Information Modelling), che reputiamo fondamentale per collaborare con gli studi di progettazione; il restyling dell’e-shop che permetterà un percorso di acquisto più fruibile per i nostri clienti, e per finire diverse novità di prodotto, a cui sta lavorando la casa madre tedesca, che completeranno l’offerta merceologica di MEFA.
Il compleanno aziendale è un simbolo di solidità per un’azienda, di credibilità per un brand, di appartenenza per i dipendenti e di fiducia per i clienti e i fornitori. Festeggiarlo quest’anno è ancora più emozionante. Le difficoltà e l’incertezza di questi mesi hanno messo tutti a dura prova, anche noi. Ma grazie ai nostri Clienti, che hanno creduto in noi, ai nostri Fornitori, che ci hanno sostenuto, e ai nostri Collaboratori, che hanno dimostrato ancora più impegno, oggi siamo qui, pronti per affrontare il futuro.
Ad altri 20 fantastici anni!

MEFA Italia SpA
MEFA rappresenta dal 1949 una realtà di primo piano nel panorama europeo dei produttori di sistemi di staffaggio per impiantistica idrotermosanitaria. MEFA propone una gamma completa di soluzioni di fissaggio per impianti HVAC e impianti industriali con carichi pesanti, con una produzione personalizzata per soddisfare le esigenze specifiche di ogni cliente e offrendo un supporto qualificato nella progettazione. Gli elevati standard qualitativi e un servizio logistico efficiente e capillare rendono i prodotti MEFA una risposta sicura e affidabile ad ogni esigenza di staffaggio. Esperienza tecnica tedesca, per essere sempre in vetta: da qui l’espressione “Oben Sein”.

MEFA Italia SpA
Via G.B. Morgagni, 16B
20010 Pogliano Milanese (MI)
Tel: 02/ 9354 8366
Source: INSIC

COVID 19: i dispositivi di protezione da utilizzare nei luoghi di lavoro

COVID 19: i dispositivi di protezione da utilizzare nei luoghi di lavoro

Come proteggere i lavoratori dal rischio Covid 19 attraverso l’utilizzo di idonei dispositivi di protezione, sia individuale sia collettiva, e attraverso l’utilizzo di mascherine medico chirurgiche.

Via via che la gestione del contagio è stata regolata dai vari provvedimenti, è apparso chiaro come quello della sicurezza su lavoro fosse un aspetto fondamentale da tenere sotto controllo, non solo limitatamente alla tutela dei singoli individui ma come decisivo elemento di successo nella battaglia generale contro il contagio.
Per fare questo è stato necessario un doppio sforzo: da un lato la piena conoscenza delle norme, delle procedure e del diritto che eravamo abituati a mettere in campo anche prima dell’epidemia; dall’altro una spinta fortissima a un cambiamento che non consiste solo nell’applicazione dei provvedimenti che i decisori stanno pubblicando, ma anche in una rinnovata capacità di adattamento per quello che possiamo definire uno stress test mai conosciuto prima.

La protezione dal contagio da COVID-19 nei luoghi di lavoro avviene anche attraverso l’utilizzo di idonei Dispositivi di Protezione Collettiva (DPC), Individuale (DPI) e di mascherine medico-chirurgiche.
Vediamo nel dettaglio quali dispositivi di protezione utilizzare.

Dispositivi di Protezione Collettiva – DPC
Dispositivi di Protezione Individuale e COVID – DPI
Dispositivi per la protezione delle mani
Dispositivi per la protezione degli occhi e il viso
Dispositivi per la protezione delle vie respiratorie
Camici
Mascherine medico-chirurgiche
Le mascherine di comunità
Durata dei DPI

Dispositivi di Protezione Collettiva – DPC

I dispositivi di protezione collettiva o DPC non vengono specificatamente definiti dal D.Lgs. 81/2008, nonostante ve ne sia fatto un chiaro riferimento. Per dispositivi di protezione collettiva si intendono, generalmente, quei sistemi che si attuano allo scopo di proteggere i lavoratori da eventuali danni che possono insorgere in caso di esposizione a un rischio concreto. La loro caratteristica è quindi quella di proteggere tutti i lavoratori esposti allo stesso rischio. Il D.Lgs. 81/2008 assegna a tali dispositivi la priorità rispetto ai dispositivi di protezione individuale.
Nell’ambito della protezione contro il contagio da SARS-CoV-2, per gli ambienti di lavoro dove operano più lavoratori contemporaneamente e dove non può essere garantito il distanziamento di almeno un metro, così come stabilito dai vari protocolli, si possono utilizzare delle soluzioni innovative come l’introduzione di barriere separatorie, schermi, sistemi di estrazione ecc.
Attualmente, le barriere sono utilizzate nelle attività commerciali (farmacie, tabaccherie, supermercati, ecc.) e in quelle a diretto contatto con il pubblico e utenza. Tali barriere, chiamate anche setti separatori, barriere parafiato o pannelli protettivi, limitano la diffusione delle particelle proiettate generate dalla saliva, con colpi di tosse, starnuti o semplicemente parlando. Diminuisce, quindi, le possibilità di contagio tra cliente e operatore dell’esercizio commerciale o tra lavoratori a stretto contatto.
Di solito le barriere sono realizzate in plexiglass, un materiale infrangibile, riciclabile, resistente agli urti e facilmente igienizzabile, e pertanto idoneo alla protezione contro agenti patogeni.

Dispositivi di Protezione Individuale e COVID – DPI

I dispositivi di protezione individuale o DPI sono definiti dal D.Lgs. 81/2008 come “qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo”. Il loro utilizzo è raccomandato quando, nonostante l’applicazione delle misure di prevenzione e protezione collettive, i rischi cosiddetti “residui” non sono eliminati o ridotti a livelli accettabili e devono essere ulteriormente contenuti.
I DPI sono classificati in tre categorie:

I categoria: di progettazione semplice per danni fisici di lieve entità (guanti, occhiali, visiere, ecc.);
II categoria: dispositivi non inclusi nei gruppi I e III;
III categoria: di progettazione complessa, destinati a proteggere da lesioni gravi, permanenti o dalla morte (ad es. protezione delle vie respiratorie da agenti biologici pericolosi).
Per la protezione da agenti biologici, come il SARS-CoV-2, è necessario utilizzare i DPI specifici più idonei in base alle modalità di trasmissione.
Alle conoscenze attuali, la principale via di trasmissione del SARS-CoV-2 è attraverso goccioline generate dal tratto respiratorio di un soggetto infetto soprattutto con la tosse o starnuti ed espulse a brevi distanze. Tali goccioline possono infettare direttamente il soggetto esposto o depositarsi sulle superfici. Pertanto, i principali DPI da utilizzare sono quelli per la protezione:
• delle vie respiratorie;
• delle mani;
• degli occhi.
Nel seguito saranno passate in rassegna le principali tipologie di DPI da adottare per la limitazione del contagio.

Dispositivi per la protezione delle mani

Per la protezione delle mani si utilizzano i guanti monouso. In commercio se ne possono trovare di diversi materiali, in lattice, sintetici, in nitrile o in vinile, da scegliere in base a eventuali irritazioni/allergie e alle caratteristiche proprie.
I guanti in nitrile e vinile sono più resistenti, spessi e durevoli, mentre quelli in lattice, più diffusi e utilizzati, sono meno resistenti offrendo comunque un buon grado di protezione. Devono rispettare i requisiti stabiliti dalle norme tecniche (UNI EN 420, UNI EN 421, UNI EN 374, ecc.) in base alla loro classificazione.
La norma UNI EN 420 in particolare prevede 6 livelli crescenti di protezione (da 1 a 6) che garantiscono l’impermeabilità da 10 a 480 minuti.
L’Istituto Superiore di Sanità ha specificato che i guanti servono per prevenire l’infezione da COVID-19 ma solo a determinate condizioni. Diversamente, tale dispositivo di protezione, può diventare un veicolo di contagio.
I guanti devono, quindi, essere utilizzati considerando che:
• non possono sostituire la corretta igiene delle mani;
• devono essere cambiati ogni volta che si sporcano e gettati correttamente nei rifiuti indifferenziati;
• non devono in alcun modo entrare in contatto con bocca, naso e occhi;
•non devono essere riutilizzati.

Dispositivi per la protezione degli occhi e il viso

Gli occhi vengono protetti mediante occhiali di protezione o protezioni da fissare sugli occhiali; mentre la protezione del viso avviene per mezzo di visiere o schermi di protezione.
Sono formati dalla montatura, che deve posizionarsi in modo perfetto sul volto e dalle lenti, la cui dimensione determina l’ampiezza del campo visivo. La presenza di ripari laterali evita la penetrazione laterale sia di sostanze che di radiazioni. Si trovano occhiali di protezione con ripari laterali dotati di aperture per l’aerazione.
Sia la montatura che le lenti devono mantenere le loro caratteristiche al variare della temperatura e dell’umidità (anche dovuta al sudore), e quindi devono essere costituiti con materiale non deformabile né infiammabile e contemporaneamente non nocivi per la salute.
Gli schermi di protezione sono generalmente fissati all’elmetto di protezione o ad altri dispositivi di sostegno, ma non sono completamente chiusi. Devono proteggere dalle schegge, dagli schizzi, dalle scintille, dal calore radiante e dalle sostanze chimiche e devono essere difficilmente infiammabili.
Alcuni schermi hanno lastre di sicurezza trasparenti con azione filtrante. Una lamina posizionata nella parte interna dello schermo protegge dalle scariche elettrostatiche.
Gli schermi a mano sono formati da una costruzione in materiale leggero con apertura per lastra scambiabile. Vengono tenuti con la mano e salvaguardano gli occhi, il viso e parti del collo da materiali scagliati, spruzzi e radiazioni.
Le cappe, in diversi materiali, vengono impiegate insieme all’elmetto di protezione o altri dispositivi di supporto. A differenza degli schermi, sono praticamente chiuse, coprono anche la testa e nel caso le spalle; sono munite frontalmente di lastre di protezione trasparenti sollevabili, le quali, a seconda della loro efficacia protettiva, possono presentare anche azione filtrante.
A tal proposito, ai fini della protezione del rischio biologico relativamente al COVID-19, si tenga presente che la norma ammette che una visiera possa proteggere dagli spruzzi di liquido ma non dalle goccioline (droplet); viceversa un occhiale a maschera può proteggere dalle goccioline (droplet) ma non dagli spruzzi.
Si segnala che nell’utilizzo di questi DPI occorre porre attenzione a non deteriorare la parte ottica appoggiando il dispositivo su superfici abrasive o acuminate.
Per chi porta gli occhiali da vista, si ricorda che è possibile utilizzare dei sovraocchiali se la durata dell’utilizzo è limitata oppure montare lenti graduate su montature antinfortunistiche.
I dispositivi di protezione degli occhi per attività lavorative sono soggetti a condizioni ambientali particolarmente avverse; essi devono inoltre sopportare una pulizia regolare. Conseguentemente, sono molto predisposti ai danni e all’usura e qualsiasi degrado di questo tipo è in grado di influire sulle loro prestazioni. È quindi molto importante controllare costantemente i dispositivi di protezione e mantenerli in condizioni tali da garantire una conformità continua alle specifiche originali.
Tali dispositivi devono essere forniti completi di istruzioni per l’uso redatte dal fabbricante. Dovrebbero essere utilizzati e maneggiati con cura. Non dovrebbero essere utilizzati impropriamente ed è necessario impedire che vengano danneggiati, usurati o contaminati con sporco o altri materiali estranei. Devono inoltre essere sostituiti se hanno subito urti significativi anche se non sono visibili danni evidenti.
Gli occhiali non dovrebbero essere collocati su una superficie con gli oculari rivolti verso il basso. Etichette e adesivi non devono essere attaccati ai dispositivi di protezione dell’occhio e l’utilizzatore non dovrebbe marchiarli o graffiarli con i simboli di identificazione.
Quando non utilizzati, i dispositivi di protezione dell’occhio devono essere riposti al riparo.

Dispositivi per la protezione delle vie respiratorie

I DPI per la protezione delle vie respiratorie hanno lo scopo di evitare o limitare l’ingresso di inquinanti e agenti patogeni nelle vie aeree. I principali DPI in questione utilizzati sono i facciali filtranti, cioè dei dispositivi muniti di filtri che proteggono bocca, naso e mento. Essi si dividono in 3 classi in funzione della loro efficienza filtrante: FFP1, FFP2, FFP3. Le lettere FF sono l’acronimo di “facciale filtrante”, P indica la protezione, mentre 1, 2 e 3 individuano il livello crescente di protezione. (inserirei immagini facciali filtranti, con e senza valvola).

• I DPI FFP1 rappresentano un primo livello di protezione, sono in grado di filtrare circa l’80% delle particelle ed è la tipologia di gran lunga più utilizzata in contesti lavorativi. Pur presentando un compartimento microfiltrante forniscono una bassa protezione dalle particelle solide e non rappresentano un’adeguata protezione contro particelle delle dimensioni di un virus.
• I DPI FFP2 hanno una struttura più rigida, più aderente alle curvature del viso. Sono dotati di filtri che impediscono l’accesso dei microorganismi alla bocca ed al naso ed arrivano a filtrare il 94% delle particelle. Possono essere utilizzati quando il valore limite di esposizione occupazionale raggiunge al massimo una concentrazione 10 volte superiore. Tali dispositivi forniscono una media protezione contro le particelle solide e liquide e sono adatti a proteggere dal coronavirus.
• I DPI FFP3 trattengono almeno il 98% delle particelle e forniscono un’alta protezione contro le particelle solide e liquide. Possono essere utilizzati quando il valore limite di esposizione occupazionale raggiunge al massimo una concentrazione 30 volte superiore. Sono indicati per quelle attività che possono determinare un’elevata concentrazione di agenti biologici sotto forma di aerosol nell’ambiente.
Ai fini, quindi, della protezione da microrganismi come il SARS-CoV-2, possono essere considerati idonei i filtri con protezione P2 o P3.
I facciali filtranti sono ulteriormente classificati come: “utilizzabili solo per un singolo turno di lavoro” (indicati con la sigla NR) o “riutilizzabili” per più di un turno di lavoro (indicati con lettera R) fermo restando che il riutilizzo deve essere valutato in relazione alle condizioni igieniche del dispositivo.
I dispositivi, conformi alla legislazione vigente, devono essere dotati di marcatura CE apposta in maniera leggibile, indelebile per tutto il periodo di durata del DPI e devono essere conformi alla norma tecnica UNI EN 149.
I DPI per la protezione delle vie respiratorie possono essere dotati di valvola che non ha alcun effetto sulla capacità filtrante del dispositivo, ma assicura un maggiore comfort durante un utilizzo prolungato. In particolare, la valvola permette all’aria espirata di fuoriuscire dal dispositivo riducendo l’umidità che si forma all’interno. La valvola non impedisce la diffusione di agenti patogeni trasmissibili per via aerea e pertanto di questa caratteristica si dovrà tenere conto all’atto della stesura del protocollo anticontagio.
Per poter essere utilizzati, così come gli altri dispositivi di protezione individuale di III categoria, il D.Lgs. 81/2008 e s.m.i. prevede uno specifico corso di addestramento pratico per l’uso.

Camici

Nell’affrontare il tema dei camici ci si riferisce ai cosiddetti “indumenti di protezione” che devono essere distinti dai capi di vestiario di lavoro non destinati a una specifica funzione protettiva.Tali indumenti si classificano in funzione del rischio oggetto di protezione e con riferimento a livelli prestazionali.
L’indumento di protezione va scelto considerando:
• le indicazioni del fabbricante;
• le condizioni d’uso;
• le attività dell’utilizzatore;
• la tipologia e i livelli del rischio presente.
In relazione alle norme citate in premessa la scelta andrà condotta considerando che i camici nel caso di COVID hanno la funzione di isolare i tessuti del vestiario da eventuali goccioline di saliva proiettate dall’interlocutore.
Si consideri inoltre la classificazione relativi alla durata degli indumenti che possono essere divisi in riutilizzabili, a uso limitato e monouso.

Mascherine medico-chirurgiche

Le mascherine medico-chirurgiche sono presidi ad uso medico, prodotte in conformità alla norma EN 14683:2019. Si tratta di maschere facciali monouso, lisce o pieghettate, che vengono posizionate su naso e bocca e fissate alla testa con lacci o elastici. Costituiscono un’utile barriera di protezione nella diffusione di agenti patogeni trasmissibili per via area (aerosol e goccioline). In relazione all’efficienza di filtrazione batterica e resistenza respiratoria sono classificate come Tipo I o II e possono essere di 4 tipi: I, IR, II e IIR. Quelle di tipo II (tre strati) e IIR (quattro strati) offrono una maggiore efficienza di filtrazione batterica (= 98%) e la IIR è resistente anche agli spruzzi. Quest’ultima tipologia è quella da preferire per il caso del COVID.
Nel loro comune utilizzo, hanno la funzione essenziale di proteggere l’interlocutore dalla contaminazione che può provenire dall’emissione di gocce di saliva emesse dall’operatore che indossa la maschera. L’assenza di una specifica capacità di aderire completamente al volto non impedisce, infatti, che un contaminante esterno, quale ad esempio il coronavirus, possa raggiungere e infettare l’operatore: il loro grado di protezione “in ingresso” è fissato al 20%. Per questo le mascherine medico-chirurgiche non sono considerabili dei dispositivi di protezione individuale.
I requisiti da verificare per una mascherina chirurgica sono:

• la rispondenza a UNI EN 14683:2019 (performance) e UNI EN ISO 10993-1:2010 (biocompatibilità);• l’esistenza di una scheda illustrativa del produttore;
• la corrispondenza tra l’organismo di certificazione e i certificati prodotti oltre che le caratteristiche minime del certificato (ente, data di rilascio, validità ecc.);
• nel caso di mascherine autorizzate in deroga in via transitoria occorre verificare che sia stata portata a termine con esito positivo l’istruttoria con ISS (Istituto Superiore di Sanità) ai sensi dell’art. 15 del D.L. 18/20.

Le mascherine di comunità

In vari atti normativi nella gestione dell’emergenza sono stati introdotti obblighi generici di “coprire naso e bocca” senza riferimento a tipologie e requisiti specifici di dispositivi quali quelli sopra elencati.
Sono state pertanto introdotte le “mascherine di comunità” che possono comprendere:

• dispositivi di protezione non in linea con i requisiti minimi e non autorizzati in deroga;
• dispositivi autoprodotti;
• dispositivi immessi sul mercato in assenza di certificazioni.
Le mascherine di comunità hanno la funzione di garantire una protezione generica in ambienti potenzialmente affollati ma hanno un grande potenziale di pericolo. Tali dispositivi dovrebbero, infatti, essere adottati nella piena consapevolezza dei loro minimi effetti protettivi, ma si osservano diffusi comportamenti difformi anche negli ambienti di lavoro.

Durata dei DPI

L’art. 77 del D.Lgs. 81/2008 indica che il Datore di Lavoro deve mantenere in efficienza i DPI, assicurandone le condizioni di igiene, mediante manutenzione, riparazione o sostituzione necessaria secondo le indicazioni fornite dal fabbricante.
Per i DPI soggetti ad invecchiamento, ovvero tutti quelli che con il passare del tempo possono perdere le loro caratteristiche di performance ottimale, il fabbricante deve dare indicazioni in merito alla messa fuori servizio del DPI.
Sul dispositivo sarà quindi presente la data di fabbricazione del DPI, mentre sul libretto d’uso e manutenzione verrà indicata la data ipotetica di messa fuori servizio. Ovviamente la tipologia di uso può determinare una data di scadenza anticipata.
La durata di un dispositivo di protezione delle vie respiratorie varia in funzione di vari parametri quali la concentrazione dell’inquinante, l’affanno del soggetto, l’umidità ecc.
Le mascherine chirurgiche e i facciali filtranti vengono spesso definiti “monouso” per motivi igienici, ma questo non significa che al loro primo utilizzo questi perdano la loro capacità di trattenere l’inquinante.
Per i facciali filtranti è possibile calcolare i tempi massimi di utilizzo in funzione della concentrazione di inquinante; ma nel caso in esame la concentrazione di inquinante è bassissima e teoricamente questi possono essere usati per decine di ore.
In questa particolare fase di emergenza l’uso dei dispositivi deve essere ottimizzato per evitare che un consumo sconsiderato le renda irreperibili.
Quindi si consiglia di:

• Indossare una mascherina chirurgica al massimo per un turno di lavoro e sostituirla per motivi igienici.
• Indossare il facciale filtrante FFP2 per più turni lavorativi ma attenendosi alle indicazioni del produttore (sigla IR) e garantendo in ogni caso l’igiene del dispositivo.

Per un approfondimento sugli effetti del coronavirus sulla salute umana, sulle misure di prevenzione e protezione per la riduzione del rischio nei settori produttivi, si rimanda all’ebook:
Guida alla gestione del rischio COVID-19 negli ambienti di lavoro
Esempi di procedure e misure operative per 14 settori produttivi
Di Lucio Confessore e Stefano Massera
Source: INSIC

La costante crescita di elettrificazione ha determinato una nuova attenzione verso la sicurezza elettrica

La costante crescita di elettrificazione ha determinato una nuova attenzione verso la sicurezza elettrica

Contro gli incendi di natura elettrica, Siemens presenta il dispositivo ultracompatto 5SV6 che in una sola unità modulare svolge le funzionalità di magnetotermico e AFDD.

L’elettrificazione crescente di tutti gli ambienti della nostra vita (la casa, l’ufficio, l’officina, la fabbrica) sta progressivamente modificando le nostre abitudini, in ogni aspetto della nostra quotidianità. È un processo inarrestabile, che porta con sé numerosi benefici ma che genera tuttavia carichi sempre maggiori sugli impianti elettrici i quali, in larga parte, sono equipaggiati ancora con dispositivi di protezione obsoleti o non adeguati.
Questa tema spinoso, noto da sempre, oggi diventa ancor più fondamentale perché rischia di compromettere il corretto funzionamento degli edifici e delle infrastrutture a scapito soprattutto della sicurezza delle persone.

La sicurezza elettrica nei settori abitativo e del commercio

Nel comparto abitativo e commerciale, le principali criticità da considerare con estrema attenzione sono quattro: la protezione contro sovracorrenti e guasti a terra, la protezione dalle sovratensioni, la continuità di servizio e la protezione contro il rischio d’incendio.
Con un portfolio completo e all’avanguardia, Siemens offre agli installatori e ai progettisti, i dispositivi più compatti al mondo in grado di racchiudere – in un’unica unità modulare – entrambe le funzionalità del magnetotermico (ovvero quella di proteggere l’impianto da eccessivi assorbimenti di corrente e da eventuali cortocircuiti) e del differenziale elettromeccanico (ovvero la capacità di proteggere le persone dal pericolo di elettrocuzione).
Inoltre, con l’obiettivo di rendere gli impianti ancora più sicuri e affidabili, Siemens presenta una soluzione integrata che protegge in modo completo il circuito terminale anche dai guasti da arco.
Quest’ultimo aspetto, infatti, pone l’accento sull’ultima (in ordine cronologico e non di importanza) criticità segnalata qui sopra, ovvero il rischio d’incendio. Molto spesso non considerato con la giusta attenzione.

Le misure di prevenzione dal rischio incendio definite dalla CEI 64-8

In Italia, circa il 20% degli incendi è di natura elettrica e una delle possibili cause si può ricondurre alla formazione di archi in serie nell’impianto e nei carichi. Cavi schiacciati e danneggiati, cattivi contatti o prese di corrente rovinate, possono generare guasti pericolosi dai quali i dispositivi tradizionali non sono in grado di proteggerci.
A questo scopo, come specificato nel capitolo 42 della CEI 64-8 V3, è richiesto attuare misure di prevenzione contro i guasti serie, nei luoghi a maggior rischio in caso di incendio (CEI 64.8 sez. 751), “soggetti a vincolo artistico/monumentale e/o destinati alla custodia di beni insostituibili”. I nuovi dispositivi AFDD (Arc Fault Detection Devices), sviluppati in accordo alla CEI EN 62606, offrono il massimo della sicurezza in termini di protezione da incendi di natura elettrica rappresentando la soluzione tecnicamente più adeguata a identificare e interrompere i guasti da arco in serie. Con queste specifiche, Siemens offre agli installatori il 5SV6, anche in questo caso un dispositivo ultracompatto che, in un’unica unità contenuto modulare, racchiude le due funzionalità di interruttore Magnetotermico e AFDD. Nonostante questo tipo di dispositivo sia obbligatorio ad oggi solo in determinate circostanze, grazie al suo ridottissimo ingombro consente agli impianti elettrici di tutte le dimensioni e complessità di aumentare in modo significativo la propria sicurezza complessiva a un costo più che contenuto.

SIEMENS S.p.A.
Tel. 02 2431
Source: INSIC

La costante crescita di elettrificazione ha determinato una nuova attenzione verso la sicurezza elettrica

La costante crescita di elettrificazione ha determinato una nuova attenzione verso la sicurezza elettrica

Contro gli incendi di natura elettrica, Siemens presenta il dispositivo ultracompatto 5SV6 che in una sola unità modulare svolge le funzionalità di magnetotermico e AFDD.

L’elettrificazione crescente di tutti gli ambienti della nostra vita (la casa, l’ufficio, l’officina, la fabbrica) sta progressivamente modificando le nostre abitudini, in ogni aspetto della nostra quotidianità. È un processo inarrestabile, che porta con sé numerosi benefici ma che genera tuttavia carichi sempre maggiori sugli impianti elettrici i quali, in larga parte, sono equipaggiati ancora con dispositivi di protezione obsoleti o non adeguati.
Questa tema spinoso, noto da sempre, oggi diventa ancor più fondamentale perché rischia di compromettere il corretto funzionamento degli edifici e delle infrastrutture a scapito soprattutto della sicurezza delle persone.

La sicurezza elettrica nei settori abitativo e del commercio

Nel comparto abitativo e commerciale, le principali criticità da considerare con estrema attenzione sono quattro: la protezione contro sovracorrenti e guasti a terra, la protezione dalle sovratensioni, la continuità di servizio e la protezione contro il rischio d’incendio.
Con un portfolio completo e all’avanguardia, Siemens offre agli installatori e ai progettisti, i dispositivi più compatti al mondo in grado di racchiudere – in un’unica unità modulare – entrambe le funzionalità del magnetotermico (ovvero quella di proteggere l’impianto da eccessivi assorbimenti di corrente e da eventuali cortocircuiti) e del differenziale elettromeccanico (ovvero la capacità di proteggere le persone dal pericolo di elettrocuzione).
Inoltre, con l’obiettivo di rendere gli impianti ancora più sicuri e affidabili, Siemens presenta una soluzione integrata che protegge in modo completo il circuito terminale anche dai guasti da arco.
Quest’ultimo aspetto, infatti, pone l’accento sull’ultima (in ordine cronologico e non di importanza) criticità segnalata qui sopra, ovvero il rischio d’incendio. Molto spesso non considerato con la giusta attenzione.

Le misure di prevenzione dal rischio incendio definite dalla CEI 64-8

In Italia, circa il 20% degli incendi è di natura elettrica e una delle possibili cause si può ricondurre alla formazione di archi in serie nell’impianto e nei carichi. Cavi schiacciati e danneggiati, cattivi contatti o prese di corrente rovinate, possono generare guasti pericolosi dai quali i dispositivi tradizionali non sono in grado di proteggerci.
A questo scopo, come specificato nel capitolo 42 della CEI 64-8 V3, è richiesto attuare misure di prevenzione contro i guasti serie, nei luoghi a maggior rischio in caso di incendio (CEI 64.8 sez. 751), “soggetti a vincolo artistico/monumentale e/o destinati alla custodia di beni insostituibili”. I nuovi dispositivi AFDD (Arc Fault Detection Devices), sviluppati in accordo alla CEI EN 62606, offrono il massimo della sicurezza in termini di protezione da incendi di natura elettrica rappresentando la soluzione tecnicamente più adeguata a identificare e interrompere i guasti da arco in serie. Con queste specifiche, Siemens offre agli installatori il 5SV6, anche in questo caso un dispositivo ultracompatto che, in un’unica unità contenuto modulare, racchiude le due funzionalità di interruttore Magnetotermico e AFDD. Nonostante questo tipo di dispositivo sia obbligatorio ad oggi solo in determinate circostanze, grazie al suo ridottissimo ingombro consente agli impianti elettrici di tutte le dimensioni e complessità di aumentare in modo significativo la propria sicurezza complessiva a un costo più che contenuto.

SIEMENS S.p.A.
Tel. 02 2431
Source: INSIC