Emergenza Covid-19 e ciclo dei rifiuti: domande e risposte dalla Relazione della Commissione Ambiente

Emergenza Covid-19 e ciclo dei rifiuti: domande e risposte dalla Relazione della Commissione Ambiente

Il prossimo 26 ottobre sarà presentata alla Camera la “Relazione sull’emergenza Covid-19 e ciclo dei rifiuti“, approvata dalla Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali.
Al suo interno una fotografia della gestione del ciclo dei rifiuti nel periodo dell’emergenza articolata in un’analisi normativa (cap.1), un capitolo dedicato agli effetti dell’emergenza epidemiologica (cap.2) su produzione e gestione dei rifiuti (2.1), misure di contenimento ed uso dei DPI, un’analisi dell’impatto ambientale di forme di sanificazione diffusa (cap.2.2), sul trattamento delle acque reflue e COVID-19 ed il possibile rapporto tra inquinamento atmosferico e contagio ed i possibili fenomeni illeciti.

La Commissione ha posto delle questioni riguardanti in particolare il rapporto tra cautele da adottare per la prevenzione della diffusione dell’epidemia (mascherine e sanificazione mani) ed effettiva utilità delle stesse e si concentra altresì sugli impatti della sanificazione, fornisce alcune considerazioni sul trattamento delle acque reflue, analizza il possibile rapporto tra inquinamento atmosferico e contagio e si focalizza in chiusura sulle problematiche dei rifiuti in emergenza COVID-19.


Presidi individuali di protezione, mascherine facciali: sono dispositivo medico?

Sulle mascherine facciali ad uso medico (cosiddette mascherine chirurgiche) che sono dispositivi medici (DM) ideate per essere “monouso” non è consigliato il riutilizzo e neppure il ricondizionamento mentre può essere preso in considerazione l’uso prolungato.
[Le] mascherine filtranti di popolazione (o mascherine « sociali » o « di comunità ») […] non devono essere soggette a particolari certificazioni e pertanto non sono considerate né dei dispositivi medici (DM), né dispositivi di protezione individuale (DPI), ma una misura igienica utile a ridurre la diffusione del virus SARS-COV-2.; la loro capacità filtrante non è definita e pertanto come ribadito nella circolare n. 3572/2020, del Ministero della Salute e « non possono essere utilizzate durante il servizio dagli operatori sanitari né dagli altri lavoratori per i quali è prescritto l’uso di specifici dispositivi di sicurezza ».

Guanti per le mani: sono utili alla prevenzione del contagio da COVID-19?

Quanto alla utilità effettiva dell’uso di guanti, la Commissione ricorda che l‘igienizzazione accurata e frequente delle mani è un elemento essenziale della prevenzione del contagio, tuttavia, come già previsto antecedentemente alla pandemia, in alcuni casi specifici quali ad esempio gli esercizi commerciali dove il consumatore ha facoltà di venire a contatto con gli alimenti (es. ortofrutta e panetteria), è opportuno, in aggiunta alla igienizzazione delle mani, utilizzare guanti monouso al fine di ridurre il potenziale di contaminazione dei prodotti e garantirne la sicurezza (RapportoCOVID-19 n. 17/2020 “Indicazioni ad interim sull’igiene degli alimenti durante l’epidemia da virus SARS-CoV-2. Versione del 19 aprile 2020.”).

COVID-19: i disinfettanti sono alternativi all’uso dei guanti monouso?

Diversi Rapporti COVID-19 dell’ISS hanno fornito indicazioni sull’igiene delle mani e degli ambienti e sul corretto uso dei disinfettanti anche come validi sistemi di prevenzione e controllo della diffusione del virus alternativi all’uso dei guanti monouso; anche se devono essere evitati usi impropri ed eccessivi dei prodotti chimici per ridurre le esposizioni e intossicazioni da sostanze pericolose (Rapporti n. 19/2020 “Raccomandazioni ad interim sui disinfettanti nell’attuale emergenza COVID-19: presidi medico chirurgici e biocidi” e n. 25/2020 “Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza COVID-19: superfici, ambienti interni e abbigliamento. Versione del 15 maggio 2020″). »

La sanificazione degli articoli e delle superfici

È dimostrato, scrive la Commissione che un efficace igienizzazione rappresenta un’idonea misura di prevenzione; in alcuni casi è tuttavia necessario fare uso di disinfettanti, che comunque devono essere scelti in base alla reattività e degradabilità del materiale e superfici da disinfettare. I processi di sanificazione sono stati ampiamente illustrati nei Rapporti COVID-19 ISS anche per supportare gli operatori sanitari, la popolazione e le attività commerciali.

È possibile contrarre il COVID-19 tramite gli alimenti?

Ferma restando l’assenza di evidenze rispetto alla trasmissione alimentare del virus e la valutazione da parte OMS che la possibilità di contrarre il COVID-19 tramite gli alimenti o tramite le confezioni alimentari sia altamente improbabile, nel corso dell’epidemia da SarsCoV-2, la tutela dell’igiene degli alimenti richiede di circoscrivere, nei limiti del possibile, il rischio introdotto dalla presenza di soggetti potenzialmente infetti in ambienti destinati alla produzione e commercializzazione degli alimenti, scrive la Commissione.
Riguardo ai tempi di sopravvivenza del virus sui dispositivi di protezione, sia all’interno che all’esterno, e sulle superfici plastiche dei sacchetti di raccolta, sono in corso di svolgimento studi sperimentali; non vi è alcuna evidenza specifica ma soltanto una probabile persistenza del virus sui materiali plastici che varia da alcune ore fino a qualche giorno.

Impatto ambientale: la sanificazione diffusa di oggetti e ambienti è utile?

L’emergenza epidemiologica ha creato la necessità di forme di sanificazione di oggetti e ambienti nuove rispetto alle pratiche precedentemente in uso o comunque percepite come tali, con aspetti di diffusione precedentemente non praticati in ambienti extra-sanitari.
Negli ambienti non sanitari lavorativi e domestici è fondamentalmente necessario ricondizionare i tessuti con un lavaggio a 60 gradi per mezz’ora e adottare delle misure di sanificazione periodica.
L’intensità e la tipologia devono essere proporzionate al rischio, raccomanda la Commissione: mentre negli ambienti sanitari il rischio è definito intenso, negli ambienti non sanitari, dove il rischio è più basso, si raccomanda una pulizia più frequente ma l’attenzione deve essere posta nell’usare i prodotti nella concentrazione giusta per evitare che un « eccesso di zelo » finisca poi per non migliorare l’efficacia della pulizia, della sanificazione e viceversa, magari creando aspetti problematici nei reflui.

COVID-19: quale persistenza nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione?

La Commissione ha già in corso un approfondimento in questa materia, a seguito dell’interesse destato da alcuni studi sulla persistenza del virus nelle acque, nonché delle interazioni con il tema dell’utilizzo agronomico dei fanghi di depurazione.
Il Ministro dell’ambiente ha dichiarato che per il COVID-19 non risultano in letteratura, anche in forma di rapporti oppure opinion paper, linee guida o valutazioni di rischio specifiche a fanghi di depurazione. Deve essere comunque considerata la possibilità di diffusione del virus attraverso altre modalità rispetto alla via aerea. Non sono stati segnalati, comunque, casi di trasmissione fecale e orale del virus COVID-19. Tuttavia, durante l’epidemia della SARS del 2003, è stata dimostrata la presenza del virus nelle feci dei pazienti infetti e la sua trasmissione attraverso produzione di droplet contaminati provenienti dal sistema fognario. La persistenza del COVID-19 in ambienti idrici è stata valutata sperimentalmente in un numero estremamente ridotto di studi e non esistono al momento attuali studi specifici sulla persistenza nelle acque

COVID-19 e inquinamento atmosferico: ci sono correlazioni?

Scrive la Commissione che sono state rese note delle ipotetiche correlazioni tra la diffusione o la concentrazione di particolato e la possibilità del virus di diffondersi, e sulla correlazione tra inquinamento e diffusione del contagio sono usciti dei preprint e degli articoli che hanno suscitato allarme. L’affermazione che il particolato possa essere un carrier di particelle virali non poggia però su adeguata sperimentazione ma è un’ipotesi da verificare. Invece, va ritenuto sufficientemente provato il rapporto tra inquinamento atmosferico elevato, pressione ambientale sulle popolazioni e suscettibilità maggiore all’infezione batterica o virale; in particolare derivante dalle patologie croniche legate ad elevata concentrazione di particolato.
La Commissione rivela che sull’argomento è in corso un articolato progetto scientifico di ISPRA in collaborazione con ISS, ENEA e tutte le ARPA, con una pluralità obiettivi. Vi sono poi suggestioni sull’effetto del lockdown da tradurre in elaborazione scientifica, sostiene la Commissione: in particolare mediante elaborazioni di dati sulla caratterizzazione del particolato e sulle concentrazioni di gas serra e CO2 e sotto i due profili:1. la possibilità che il particolato possa essere un carrier di particelle virali;2. il rapporto tra inquinamento atmosferico elevato e suscettibilità delle popolazioni all’infezione.

Ciclo dei rifiuti in emergenza COVID-19: quali effetti sulla produzione?

L’emergenza epidemiologica non ha aumentato in maniera decisiva la produzione di rifiuti in generale anzi l’ha diminuita: e semmai i provvedimenti hanno corrisposto a esigenze di risposta alla percezione di deficit strutturali del sistema impiantistico nazionale, che nella fase dell’emergenza hanno acuito gli effetti della carenza di possibili destinazioni per specifiche tipologie di rifiuti, attualmente non gestite sul territorio nazionale per l’assenza di una specifica dotazione impiantistica ovvero di una filiera economica di trattamento della materia, correttamente costruita.
L’emergenza epidemiologica non ha prodotto interruzioni o alterazioni significative nella gestione dei rifiuti: le imprese e i lavoratori del settore, nonostante alcune fasi di difficoltà determinate da necessità di approvvigionamento di DPI (ordinariamente in uso ma sui quali si innestava la « concorrenza » di altri soggetti) hanno concorso positivamente a interventi organizzativi tali da consentire il mantenimento di una risposta adeguata del servizio.

Ciclo dei rifiuti in emergenza COVID-19: quali questioni aperte?

A questo proposito i temi rilevanti riguardano:
• l’uso di materiali « indotti » dall’emergenza epidemiologica e dalla necessità di contenimento del contagio, suscettibili di produrre sia un aumento nella produzione di rifiuti, sia fenomeni di abbandono diffuso: uso di mascherine facciali e guanti; materiali « usa e getta » nel commercio, nella ristorazione, nel confezionamento dei prodotti alimentari.
• gli scenari della produzione di rifiuti determinata nelle fasi di nuova normalità dopo l’emergenza epidemiologica, con particolare riguardo a rifiuti solidi urbani e rifiuti sanitari.

Ciclo dei rifiuti in emergenza COVID-19: le raccomandazioni della Commissione rifiuti

La Commissione raccomanda
• il mantenimento di un adeguato livello di gestione dei rifiuti solidi urbani nella fase dell’emergenza epidemiologica va associato in prospettiva il mantenimento del rispetto dei principi nazionali ed europei in materia di economia circolare e degli obiettivi in questo campo;
• che il tema dell’end of waste sia affrontato sistematicamente, rapidamente e con uno sguardo al futuro;
• che vada considerato altresì l’impatto economico dell’emergenza sulle tariffe e sugli introiti delle imprese e degli enti pubblici problemi per le aziende del settore con particolare riguardo alla sospensione della riscossione della TARI;
• che nella fase più acuta dell’emergenza epidemiologica, l’uso dei presidi individuali di protezione, mascherine facciali e guanti, di materiali « usa e getta » nel commercio e nella ristorazione, il confezionamento dei prodotti alimentari, alcune iniziative di sanificazione diffusa, hanno posto a confronto la percezione del rischio, l’ansia di ipotesi risolutive e, al contrario, auspica la necessaria lungimirante valutazione del saldo sanitario e ambientale complessivo delle azioni intraprese.

Le conclusioni della Commissione rifiuti

In chiusura la Commissione così riassume:
• la funzione delle mascherine facciali come dispositivi destinati a proteggere l’altro da eventuali droplets può essere assolta da mascherine chirurgiche utilizzate in forma anche alternata o protratta e da mascherine di comunità riutilizzabili;
• l’igienizzazione accurata e frequente delle mani è elemento essenziale della prevenzione del contagio mentre l’uso dei guanti non reca vantaggio per il contenimento dei contagi ed è utile solo in particolari situazioni lavorative;
• nel settore della ristorazione non è indispensabile l’uso di contenitori e stoviglie usa e getta poiché le ordinarie pratiche di lavaggio sono sufficienti a garantire la prevenzione del rischio di contagio;
• un’opera di informazione e sensibilizzazione dei cittadini in questo campo andrà condivisa tra organi statali, regioni ed enti locali.
Source: INSIC

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