COVID 19: i dispositivi di protezione da utilizzare nei luoghi di lavoro

COVID 19: i dispositivi di protezione da utilizzare nei luoghi di lavoro

Come proteggere i lavoratori dal rischio Covid 19 attraverso l’utilizzo di idonei dispositivi di protezione, sia individuale sia collettiva, e attraverso l’utilizzo di mascherine medico chirurgiche.

Via via che la gestione del contagio è stata regolata dai vari provvedimenti, è apparso chiaro come quello della sicurezza su lavoro fosse un aspetto fondamentale da tenere sotto controllo, non solo limitatamente alla tutela dei singoli individui ma come decisivo elemento di successo nella battaglia generale contro il contagio.
Per fare questo è stato necessario un doppio sforzo: da un lato la piena conoscenza delle norme, delle procedure e del diritto che eravamo abituati a mettere in campo anche prima dell’epidemia; dall’altro una spinta fortissima a un cambiamento che non consiste solo nell’applicazione dei provvedimenti che i decisori stanno pubblicando, ma anche in una rinnovata capacità di adattamento per quello che possiamo definire uno stress test mai conosciuto prima.

La protezione dal contagio da COVID-19 nei luoghi di lavoro avviene anche attraverso l’utilizzo di idonei Dispositivi di Protezione Collettiva (DPC), Individuale (DPI) e di mascherine medico-chirurgiche.
Vediamo nel dettaglio quali dispositivi di protezione utilizzare.

Dispositivi di Protezione Collettiva – DPC
Dispositivi di Protezione Individuale e COVID – DPI
Dispositivi per la protezione delle mani
Dispositivi per la protezione degli occhi e il viso
Dispositivi per la protezione delle vie respiratorie
Camici
Mascherine medico-chirurgiche
Le mascherine di comunità
Durata dei DPI

Dispositivi di Protezione Collettiva – DPC

I dispositivi di protezione collettiva o DPC non vengono specificatamente definiti dal D.Lgs. 81/2008, nonostante ve ne sia fatto un chiaro riferimento. Per dispositivi di protezione collettiva si intendono, generalmente, quei sistemi che si attuano allo scopo di proteggere i lavoratori da eventuali danni che possono insorgere in caso di esposizione a un rischio concreto. La loro caratteristica è quindi quella di proteggere tutti i lavoratori esposti allo stesso rischio. Il D.Lgs. 81/2008 assegna a tali dispositivi la priorità rispetto ai dispositivi di protezione individuale.
Nell’ambito della protezione contro il contagio da SARS-CoV-2, per gli ambienti di lavoro dove operano più lavoratori contemporaneamente e dove non può essere garantito il distanziamento di almeno un metro, così come stabilito dai vari protocolli, si possono utilizzare delle soluzioni innovative come l’introduzione di barriere separatorie, schermi, sistemi di estrazione ecc.
Attualmente, le barriere sono utilizzate nelle attività commerciali (farmacie, tabaccherie, supermercati, ecc.) e in quelle a diretto contatto con il pubblico e utenza. Tali barriere, chiamate anche setti separatori, barriere parafiato o pannelli protettivi, limitano la diffusione delle particelle proiettate generate dalla saliva, con colpi di tosse, starnuti o semplicemente parlando. Diminuisce, quindi, le possibilità di contagio tra cliente e operatore dell’esercizio commerciale o tra lavoratori a stretto contatto.
Di solito le barriere sono realizzate in plexiglass, un materiale infrangibile, riciclabile, resistente agli urti e facilmente igienizzabile, e pertanto idoneo alla protezione contro agenti patogeni.

Dispositivi di Protezione Individuale e COVID – DPI

I dispositivi di protezione individuale o DPI sono definiti dal D.Lgs. 81/2008 come “qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo”. Il loro utilizzo è raccomandato quando, nonostante l’applicazione delle misure di prevenzione e protezione collettive, i rischi cosiddetti “residui” non sono eliminati o ridotti a livelli accettabili e devono essere ulteriormente contenuti.
I DPI sono classificati in tre categorie:

I categoria: di progettazione semplice per danni fisici di lieve entità (guanti, occhiali, visiere, ecc.);
II categoria: dispositivi non inclusi nei gruppi I e III;
III categoria: di progettazione complessa, destinati a proteggere da lesioni gravi, permanenti o dalla morte (ad es. protezione delle vie respiratorie da agenti biologici pericolosi).
Per la protezione da agenti biologici, come il SARS-CoV-2, è necessario utilizzare i DPI specifici più idonei in base alle modalità di trasmissione.
Alle conoscenze attuali, la principale via di trasmissione del SARS-CoV-2 è attraverso goccioline generate dal tratto respiratorio di un soggetto infetto soprattutto con la tosse o starnuti ed espulse a brevi distanze. Tali goccioline possono infettare direttamente il soggetto esposto o depositarsi sulle superfici. Pertanto, i principali DPI da utilizzare sono quelli per la protezione:
• delle vie respiratorie;
• delle mani;
• degli occhi.
Nel seguito saranno passate in rassegna le principali tipologie di DPI da adottare per la limitazione del contagio.

Dispositivi per la protezione delle mani

Per la protezione delle mani si utilizzano i guanti monouso. In commercio se ne possono trovare di diversi materiali, in lattice, sintetici, in nitrile o in vinile, da scegliere in base a eventuali irritazioni/allergie e alle caratteristiche proprie.
I guanti in nitrile e vinile sono più resistenti, spessi e durevoli, mentre quelli in lattice, più diffusi e utilizzati, sono meno resistenti offrendo comunque un buon grado di protezione. Devono rispettare i requisiti stabiliti dalle norme tecniche (UNI EN 420, UNI EN 421, UNI EN 374, ecc.) in base alla loro classificazione.
La norma UNI EN 420 in particolare prevede 6 livelli crescenti di protezione (da 1 a 6) che garantiscono l’impermeabilità da 10 a 480 minuti.
L’Istituto Superiore di Sanità ha specificato che i guanti servono per prevenire l’infezione da COVID-19 ma solo a determinate condizioni. Diversamente, tale dispositivo di protezione, può diventare un veicolo di contagio.
I guanti devono, quindi, essere utilizzati considerando che:
• non possono sostituire la corretta igiene delle mani;
• devono essere cambiati ogni volta che si sporcano e gettati correttamente nei rifiuti indifferenziati;
• non devono in alcun modo entrare in contatto con bocca, naso e occhi;
•non devono essere riutilizzati.

Dispositivi per la protezione degli occhi e il viso

Gli occhi vengono protetti mediante occhiali di protezione o protezioni da fissare sugli occhiali; mentre la protezione del viso avviene per mezzo di visiere o schermi di protezione.
Sono formati dalla montatura, che deve posizionarsi in modo perfetto sul volto e dalle lenti, la cui dimensione determina l’ampiezza del campo visivo. La presenza di ripari laterali evita la penetrazione laterale sia di sostanze che di radiazioni. Si trovano occhiali di protezione con ripari laterali dotati di aperture per l’aerazione.
Sia la montatura che le lenti devono mantenere le loro caratteristiche al variare della temperatura e dell’umidità (anche dovuta al sudore), e quindi devono essere costituiti con materiale non deformabile né infiammabile e contemporaneamente non nocivi per la salute.
Gli schermi di protezione sono generalmente fissati all’elmetto di protezione o ad altri dispositivi di sostegno, ma non sono completamente chiusi. Devono proteggere dalle schegge, dagli schizzi, dalle scintille, dal calore radiante e dalle sostanze chimiche e devono essere difficilmente infiammabili.
Alcuni schermi hanno lastre di sicurezza trasparenti con azione filtrante. Una lamina posizionata nella parte interna dello schermo protegge dalle scariche elettrostatiche.
Gli schermi a mano sono formati da una costruzione in materiale leggero con apertura per lastra scambiabile. Vengono tenuti con la mano e salvaguardano gli occhi, il viso e parti del collo da materiali scagliati, spruzzi e radiazioni.
Le cappe, in diversi materiali, vengono impiegate insieme all’elmetto di protezione o altri dispositivi di supporto. A differenza degli schermi, sono praticamente chiuse, coprono anche la testa e nel caso le spalle; sono munite frontalmente di lastre di protezione trasparenti sollevabili, le quali, a seconda della loro efficacia protettiva, possono presentare anche azione filtrante.
A tal proposito, ai fini della protezione del rischio biologico relativamente al COVID-19, si tenga presente che la norma ammette che una visiera possa proteggere dagli spruzzi di liquido ma non dalle goccioline (droplet); viceversa un occhiale a maschera può proteggere dalle goccioline (droplet) ma non dagli spruzzi.
Si segnala che nell’utilizzo di questi DPI occorre porre attenzione a non deteriorare la parte ottica appoggiando il dispositivo su superfici abrasive o acuminate.
Per chi porta gli occhiali da vista, si ricorda che è possibile utilizzare dei sovraocchiali se la durata dell’utilizzo è limitata oppure montare lenti graduate su montature antinfortunistiche.
I dispositivi di protezione degli occhi per attività lavorative sono soggetti a condizioni ambientali particolarmente avverse; essi devono inoltre sopportare una pulizia regolare. Conseguentemente, sono molto predisposti ai danni e all’usura e qualsiasi degrado di questo tipo è in grado di influire sulle loro prestazioni. È quindi molto importante controllare costantemente i dispositivi di protezione e mantenerli in condizioni tali da garantire una conformità continua alle specifiche originali.
Tali dispositivi devono essere forniti completi di istruzioni per l’uso redatte dal fabbricante. Dovrebbero essere utilizzati e maneggiati con cura. Non dovrebbero essere utilizzati impropriamente ed è necessario impedire che vengano danneggiati, usurati o contaminati con sporco o altri materiali estranei. Devono inoltre essere sostituiti se hanno subito urti significativi anche se non sono visibili danni evidenti.
Gli occhiali non dovrebbero essere collocati su una superficie con gli oculari rivolti verso il basso. Etichette e adesivi non devono essere attaccati ai dispositivi di protezione dell’occhio e l’utilizzatore non dovrebbe marchiarli o graffiarli con i simboli di identificazione.
Quando non utilizzati, i dispositivi di protezione dell’occhio devono essere riposti al riparo.

Dispositivi per la protezione delle vie respiratorie

I DPI per la protezione delle vie respiratorie hanno lo scopo di evitare o limitare l’ingresso di inquinanti e agenti patogeni nelle vie aeree. I principali DPI in questione utilizzati sono i facciali filtranti, cioè dei dispositivi muniti di filtri che proteggono bocca, naso e mento. Essi si dividono in 3 classi in funzione della loro efficienza filtrante: FFP1, FFP2, FFP3. Le lettere FF sono l’acronimo di “facciale filtrante”, P indica la protezione, mentre 1, 2 e 3 individuano il livello crescente di protezione. (inserirei immagini facciali filtranti, con e senza valvola).

• I DPI FFP1 rappresentano un primo livello di protezione, sono in grado di filtrare circa l’80% delle particelle ed è la tipologia di gran lunga più utilizzata in contesti lavorativi. Pur presentando un compartimento microfiltrante forniscono una bassa protezione dalle particelle solide e non rappresentano un’adeguata protezione contro particelle delle dimensioni di un virus.
• I DPI FFP2 hanno una struttura più rigida, più aderente alle curvature del viso. Sono dotati di filtri che impediscono l’accesso dei microorganismi alla bocca ed al naso ed arrivano a filtrare il 94% delle particelle. Possono essere utilizzati quando il valore limite di esposizione occupazionale raggiunge al massimo una concentrazione 10 volte superiore. Tali dispositivi forniscono una media protezione contro le particelle solide e liquide e sono adatti a proteggere dal coronavirus.
• I DPI FFP3 trattengono almeno il 98% delle particelle e forniscono un’alta protezione contro le particelle solide e liquide. Possono essere utilizzati quando il valore limite di esposizione occupazionale raggiunge al massimo una concentrazione 30 volte superiore. Sono indicati per quelle attività che possono determinare un’elevata concentrazione di agenti biologici sotto forma di aerosol nell’ambiente.
Ai fini, quindi, della protezione da microrganismi come il SARS-CoV-2, possono essere considerati idonei i filtri con protezione P2 o P3.
I facciali filtranti sono ulteriormente classificati come: “utilizzabili solo per un singolo turno di lavoro” (indicati con la sigla NR) o “riutilizzabili” per più di un turno di lavoro (indicati con lettera R) fermo restando che il riutilizzo deve essere valutato in relazione alle condizioni igieniche del dispositivo.
I dispositivi, conformi alla legislazione vigente, devono essere dotati di marcatura CE apposta in maniera leggibile, indelebile per tutto il periodo di durata del DPI e devono essere conformi alla norma tecnica UNI EN 149.
I DPI per la protezione delle vie respiratorie possono essere dotati di valvola che non ha alcun effetto sulla capacità filtrante del dispositivo, ma assicura un maggiore comfort durante un utilizzo prolungato. In particolare, la valvola permette all’aria espirata di fuoriuscire dal dispositivo riducendo l’umidità che si forma all’interno. La valvola non impedisce la diffusione di agenti patogeni trasmissibili per via aerea e pertanto di questa caratteristica si dovrà tenere conto all’atto della stesura del protocollo anticontagio.
Per poter essere utilizzati, così come gli altri dispositivi di protezione individuale di III categoria, il D.Lgs. 81/2008 e s.m.i. prevede uno specifico corso di addestramento pratico per l’uso.

Camici

Nell’affrontare il tema dei camici ci si riferisce ai cosiddetti “indumenti di protezione” che devono essere distinti dai capi di vestiario di lavoro non destinati a una specifica funzione protettiva.Tali indumenti si classificano in funzione del rischio oggetto di protezione e con riferimento a livelli prestazionali.
L’indumento di protezione va scelto considerando:
• le indicazioni del fabbricante;
• le condizioni d’uso;
• le attività dell’utilizzatore;
• la tipologia e i livelli del rischio presente.
In relazione alle norme citate in premessa la scelta andrà condotta considerando che i camici nel caso di COVID hanno la funzione di isolare i tessuti del vestiario da eventuali goccioline di saliva proiettate dall’interlocutore.
Si consideri inoltre la classificazione relativi alla durata degli indumenti che possono essere divisi in riutilizzabili, a uso limitato e monouso.

Mascherine medico-chirurgiche

Le mascherine medico-chirurgiche sono presidi ad uso medico, prodotte in conformità alla norma EN 14683:2019. Si tratta di maschere facciali monouso, lisce o pieghettate, che vengono posizionate su naso e bocca e fissate alla testa con lacci o elastici. Costituiscono un’utile barriera di protezione nella diffusione di agenti patogeni trasmissibili per via area (aerosol e goccioline). In relazione all’efficienza di filtrazione batterica e resistenza respiratoria sono classificate come Tipo I o II e possono essere di 4 tipi: I, IR, II e IIR. Quelle di tipo II (tre strati) e IIR (quattro strati) offrono una maggiore efficienza di filtrazione batterica (= 98%) e la IIR è resistente anche agli spruzzi. Quest’ultima tipologia è quella da preferire per il caso del COVID.
Nel loro comune utilizzo, hanno la funzione essenziale di proteggere l’interlocutore dalla contaminazione che può provenire dall’emissione di gocce di saliva emesse dall’operatore che indossa la maschera. L’assenza di una specifica capacità di aderire completamente al volto non impedisce, infatti, che un contaminante esterno, quale ad esempio il coronavirus, possa raggiungere e infettare l’operatore: il loro grado di protezione “in ingresso” è fissato al 20%. Per questo le mascherine medico-chirurgiche non sono considerabili dei dispositivi di protezione individuale.
I requisiti da verificare per una mascherina chirurgica sono:

• la rispondenza a UNI EN 14683:2019 (performance) e UNI EN ISO 10993-1:2010 (biocompatibilità);• l’esistenza di una scheda illustrativa del produttore;
• la corrispondenza tra l’organismo di certificazione e i certificati prodotti oltre che le caratteristiche minime del certificato (ente, data di rilascio, validità ecc.);
• nel caso di mascherine autorizzate in deroga in via transitoria occorre verificare che sia stata portata a termine con esito positivo l’istruttoria con ISS (Istituto Superiore di Sanità) ai sensi dell’art. 15 del D.L. 18/20.

Le mascherine di comunità

In vari atti normativi nella gestione dell’emergenza sono stati introdotti obblighi generici di “coprire naso e bocca” senza riferimento a tipologie e requisiti specifici di dispositivi quali quelli sopra elencati.
Sono state pertanto introdotte le “mascherine di comunità” che possono comprendere:

• dispositivi di protezione non in linea con i requisiti minimi e non autorizzati in deroga;
• dispositivi autoprodotti;
• dispositivi immessi sul mercato in assenza di certificazioni.
Le mascherine di comunità hanno la funzione di garantire una protezione generica in ambienti potenzialmente affollati ma hanno un grande potenziale di pericolo. Tali dispositivi dovrebbero, infatti, essere adottati nella piena consapevolezza dei loro minimi effetti protettivi, ma si osservano diffusi comportamenti difformi anche negli ambienti di lavoro.

Durata dei DPI

L’art. 77 del D.Lgs. 81/2008 indica che il Datore di Lavoro deve mantenere in efficienza i DPI, assicurandone le condizioni di igiene, mediante manutenzione, riparazione o sostituzione necessaria secondo le indicazioni fornite dal fabbricante.
Per i DPI soggetti ad invecchiamento, ovvero tutti quelli che con il passare del tempo possono perdere le loro caratteristiche di performance ottimale, il fabbricante deve dare indicazioni in merito alla messa fuori servizio del DPI.
Sul dispositivo sarà quindi presente la data di fabbricazione del DPI, mentre sul libretto d’uso e manutenzione verrà indicata la data ipotetica di messa fuori servizio. Ovviamente la tipologia di uso può determinare una data di scadenza anticipata.
La durata di un dispositivo di protezione delle vie respiratorie varia in funzione di vari parametri quali la concentrazione dell’inquinante, l’affanno del soggetto, l’umidità ecc.
Le mascherine chirurgiche e i facciali filtranti vengono spesso definiti “monouso” per motivi igienici, ma questo non significa che al loro primo utilizzo questi perdano la loro capacità di trattenere l’inquinante.
Per i facciali filtranti è possibile calcolare i tempi massimi di utilizzo in funzione della concentrazione di inquinante; ma nel caso in esame la concentrazione di inquinante è bassissima e teoricamente questi possono essere usati per decine di ore.
In questa particolare fase di emergenza l’uso dei dispositivi deve essere ottimizzato per evitare che un consumo sconsiderato le renda irreperibili.
Quindi si consiglia di:

• Indossare una mascherina chirurgica al massimo per un turno di lavoro e sostituirla per motivi igienici.
• Indossare il facciale filtrante FFP2 per più turni lavorativi ma attenendosi alle indicazioni del produttore (sigla IR) e garantendo in ogni caso l’igiene del dispositivo.

Per un approfondimento sugli effetti del coronavirus sulla salute umana, sulle misure di prevenzione e protezione per la riduzione del rischio nei settori produttivi, si rimanda all’ebook:
Guida alla gestione del rischio COVID-19 negli ambienti di lavoro
Esempi di procedure e misure operative per 14 settori produttivi
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Source: INSIC

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